«Prospettiva Esse – 2001 n. 2»

Indice

  1. Paura (G.P. De Mari)
  2. Signor Sindaco, l’aspettiamo! (F. Cantini)
  3. Il clandestino, l’Italia e la tv (J. Sacirovic)
  4. Il senso di abbandono (Giulia F. e Annamaria C.)
  5. Stato suicida (G. Fedrigo)
  6. Il mio battesimo (L. Paulin)
  7. A scuola di italiano (P. Ardemagni)
  8. Cucina (J. Sacirovic)
  9. 3° torneo: “Un calcio all’indifferenza” (P. Ardemagni)
  10. Coordinamento, informazione e giornali del carcere (G. Capecchi)
  11. Lettera di una detenuta della casa circondariale di Rovigo (G. Fedrigo)
  12. La voce completa della maturità (S. Canali)
  13. Il barbiere (F. Cantini)
  14. Teatro laboratorio (S. Piffer e S. Brunello)
  15. Trasferimento (G. Fedrigo)
  16. Esperienze detenute (A. Malacrinò)
  17. Voli di dentro (poesie e quant’altro)
  18. Ingiustizia

 

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Paura

di Gian Paolo De Mari (direttore della Casa Circondariale di Rovigo)

Un recente articolo di Vittorio Andreoli ricorda un momento nella storia del Paese in cui sembrava si fosse finalmente stabilito un punto fermo nella persecuzione penale dei reati.

Al congresso di criminologia tenutosi a Ginevra nel 1896 Cesare Lombroso otteneva che venisse riconosciuto il principio detto della pericolosità sociale del reo. In omaggio alle convinzioni dello studioso circa una sorta di predisposizione al male da parte di chi delinque, riconoscibile anche da pretese caratteristiche fisiche che Lombroso aveva codificato, veniva affermata la possibilità di operare una netta discriminazione tra l’autore di reati e gli altri, i “normali”.

Il folle veniva equiparato al reo, pericoloso per natura, degenerato cerebrale. Inguaribile l’uno, inguaribile l’altro, pericolosi per sempre. Pericolosi ma individuabili, distinguibili. Era questo il grande pregio della teoria lombrosiana. Simili certezze anno oggi sorridere, amaramente. La legge Basaglia ha chiuso i manicomi ed ha affermato il principio che la pazzia è curabile, come qualunque altra malattia. Quanto ai rei, si è pervenuti ad un’unica umanità, ad una sola certezza: che non v’è certezza. Non esiste una separazione netta tra normalità ed anormalità.

A voler solo considerare il più grave dei delitti, il delitto per antonomasia: l’omicidio, Freud ebbe a dire che l’assassino è dentro di noi. Il caso di Novi Ligure, i serial killer, gli omicidi rituali di gruppo, non nascono da una qualche anomalia identificata o identificabile, non hanno una causale assoluta e liberatoria. Possiamo individuare tante possibili concause, ma sono limitate al caso specifico e non danno comunque una spiegazione totalizzante, non danno, cioè, ragione di per se stessi del reato perpetrato, specie quando questo è di particolare gravità.

Una sterminata pubblicistica sulle cause del reato sembrerebbe aver partorito il topolino del nulla. Non è in realtà esattamente così. La scienza, quando è vera scienza, non poggia su assiomi perentori, ma procede, deve procedere, secondo il principio popperiano della falsificabilità delle teorie e, quindi, della loro verificabilità. L’essere umano è un coacervo di emozioni, azioni e reazioni, una montagna problematica nei cui meandri può annidarsi di tutto. La dimostrazione della falsità in senso popperiano della teoria di Lombroso e di tutte quelle di coloro che si sono sforzati di dimostrare l’esistenza di una causa assoluta del crimine non ha il significato di una resa. E’ una presa d’atto che la realtà in cui viviamo è estremamente complessa, che non esistono alchimie per trasformare nell’oro di una teoria onnisoddisfacente il metallo vile, vile nell’ottica di uno scientismo panottico, di una realtà da interpretare volta per volta con estrema umiltà.

L’umiltà deve ispirare i nostri studi, le nostre ricerche, i nostri atteggiamenti dinanzi al reato, dal più grande al più piccolo. Non per perdonare a tutti i costi, come impropriamente, molto impropriamente si interpreta lo studio che criminologia e psicologia hanno condotto e conducono in relazione ai reati ed a chi li pone in essere, nemmeno per trovare attenuanti a tutti i costi, il problema è capire. Dinanzi non abbiamo l’uomo criminale, realtà naturalistica inesistente, abbiamo tanti uomini quanti sono i crimini addebitati e ognuno di loro è un mondo che va interpretato e in quel mondo va calato lo specifico atto attribuito.

Il nostro sistema giuridico prevede che in sede penale non si possa fare l’analisi personologica di chi ha delinquito. Non si possa, cioè, studiare la personalità del reo, ma solo associare in modo probatoriamente significativo il reato al suo autore. E’ nel corso dell’esecuzione penale che l’ordinamento affida agli operatori il compito di studiare l’autore del reato per valutarne la recuperabilità.

Il carcere è (dovrebbe essere) un laboratorio nel quale si cerca di capire l’uomo carcerato, il mondo dal quale proviene e nel quale il reato è maturato.

Il giornale fatto da chi è incarcerato è (dovrebbe essere, per assolvere davvero ad una funzione costruttiva) un ulteriore strumento per capire. Grazie al supporto prezioso del volontariato continua ad essere stampato, presso questa Casa Circondariale, un periodico che costituisce una preziosa testimonianza delle “voci di dentro”.

Se vogliamo capire, dobbiamo ascoltare.

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Signor Sindaco, l’aspettiamo!

di Ferdinando Cantini

Il carcere come luogo di vita e perciò la richiesta di
sbocchi per preparare il reinserimento nella società.

Il nuovo millennio che è iniziato vede la conclusione di due eventi particolari per il nostro Paese: l’anno giubilare della Chiesa cattolica ed il quinquennio dell’ultima legislatura, con la guida politica che aveva retto e guidato il nostro gregge. Sono fatti che posso sembrare distanti e senza pertinenza logica tra loro. Ma vi posso assicurare che così non è per chi vive dalla parte interna delle mura di un carcere. Questi due eventi, qui, hanno acceso molte discussioni.

L’anno giubilare aveva fatto sperare in una clemenza.

La legislatura che si è conclusa,con le dichiarazioni di apertura ed equità sociale, aveva ventilato speranze di accelerazioni nella via che porta al ritorno in società per molti di noi.

Così non è stato, gli eventi citati, hanno concluso il loro ciclo senza provocare alcun beneficio e tantomeno mantenere premesse.

Ma se si conclude un ciclo, se ne apre subito un altro. Sta iniziando una nuova legislatura, a seguito delle elezioni politiche da poco concluse.

Il quadro politico uscito dalle elezioni ha mutato la dirigenza del Paese, infatti da un Governo di centro-sinistra siamo passati a quello di centro-destra.

Noi ci domandiamo se nei mutamenti che si paventano ci sarà anche spazio per qualcosa che concerne la nostra condizione.

Fino ad oggi si è parlato del “problema”carcere, anche se in questa modalità per noi è così illogico. Sì, perché considerare il carcere un “problema” è significativo della distanza tra chi sta dentro e chi è fuori. Il cambiamento di tendenza negli atteggiamenti può verificarsi solamente se il carcere smette di essere luogo di reclusione e diventa luogo di vita, cosciente e partecipe pur nelle limitazioni.

Nella Città che ci ospita, lo apprendiamo dai media e dai quotidiani, si sono anche qui da poco tenute le elezioni amministrative per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale. Dopo il ballottaggio è stato eletto Paolo Avezzù, candidato del Polo.

Noi ci rivolgiamo, pertanto, al nuovo primo cittadino di Rovigo che, essendo stato alcuni anni addietro assessore ai servizi sociali dello stesso comune, conosce di sicuro la realtà del carcere. Vorremmo presentarci e incontrarlo, visto che siamo di quei cittadini che non possono andare direttamente a trovarlo nei suoi uffici. Confrontarci con lui e i suoi collaboratori affinché non continui a rimanere “altro” la nostra presenza e, nello scontare la nostra pena, ci siano offerti degli sblocchi che ci consentano di preparare il futuro reinserimento, che è opinabile sempre e fattibile solo quando c’è una volontà concreta attraverso investimenti e progetti.

Per questo, signor Sindaco, l’aspettiamo nella Casa Circondariale cittadina, considerato che anche il Vescovo ci ha onorati di una sua visita ed è stata un’esperienza positiva.

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Il clandestino, l’Italia e la tv

di Janos Sacirovic

Molti cittadini di Paesi stranieri sono destinati a diventare futuri clandestini attratti da come la televisione presenta l’Italia, specie nei programmi di svago e intrattenimento che presentano quanto invece non si può avere nei propri luoghi d’origine. E’ un’Italia ricca di bellezze naturali, ma anche di attività e di molta gente che vive in modo lussuoso, pertanto appare come terra desiderata e luogo dove condurre una vita dignitosa.

E’ per questo e forse per qualche altra ragione che il futuro clandestino, racimolato il denaro necessario, si appresta al viaggio, spesso avventuroso e carico di molte incognite. Poco conta il rischio se alla fine si riesce ad approdare in qualche litorale dell’Italia meridionale.

I clandestini in genere sono gente che cerca di sfuggire alla miseria diffusa nel proprio paese d’origine: tunisini, algerini, marocchini, albanesi, kurdi, ultimamente anche cinesi e tanti altri.

Una volta raggiunta la costa italiana, dopo una viaggio assai spesso carico di insidie e di pericoli, incomincia la “tragedia”; invece di trovare un luogo ricco e ospitale, a loro si presentano città che sono attrezzate solo per la prima accoglienza e nulla più. E’qui che comincia la disperazione e molti, anziché adattarsi ed attendere che sia dato loro qualche piccolo aiuto, si allontanano dai luoghi di accoglienza e si avventurano alla ricerca di qualche cosa che non trovano, cadendo spesso nelle mani della malavita organizzata, che non ha scrupoli nello sfruttarli. Si intende che sto parlando di quelle persone che sbarcano alla ricerca di un lavoro e di una vita generosa e serena, non di quei clandestini avvezzi al criminale. L’Italia purtroppo, considerato quanto sta accadendo negli ultimi anni, non è attrezzata ad accogliere la moltitudine di stranieri che arriva in cerca di lavoro, perché anche qui il tasso di disoccupazione è abbastanza alto. Perciò se si riesce a sopravvivere si può, tutt’al più attendere con fiducia senza darsi alla malavita. La politica espressa sinora nei confronti delle problematiche legate all’immigrazione si è dimostrata incapace di dare risposte vere, adeguate all’ondata di persone che si sono riversate. La repressione e il rimpatrio di coloro che hanno commesso un reato, è stata la risposta dello Stato all’aumento di paura dei cittadini, specie delle metropoli. Il ricovero temporaneo nei centri di raccolta, che tanto hanno fatto discutere, non può essere che un passaggio non un confino. Ad esso dovrebbe essere affiancata una politica di inserimento nella collettività e mercato del lavoro.

Non so se il nuovo Governo avrà un programma adeguato alle necessità ed alle attese, non solo di sta bene, e la voglia di dare risposte concrete al problema dell’immigrazione e della criminalità legata a questo fenomeno. Se sarà in grado di coniugare delle scelte che vadano incontro a chi chiede cittadinanza e lavoro, per un futuro dignitoso, e a coloro che desiderano sentirsi sicuri, che è un sacrosanto diritto, ne trarranno profitto tutti italiani e no, ed il prestigio dell’Italia quale modello per un’Europa che sa accogliere.

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Il senso di abbandono

di Giulia F. e Annamaria C.

Nella sezione femminile della Casa Circondariale di Udine sono ospitate all’incirca venti-venticinque detenute, per la maggior parte imputate.

Le donne che espiano una condanna definitiva o già condannate in primo grado sono in numero ridotto e si presume che resteranno fino al raggiungimento del proprio fine pena.

Come far sì che oltre al tempo da scontare le detenute in questione abbiano la possibilità di un eventuale programma di recupero e di inserimento come previsto dalla legge?

Visto che ci si pone sempre il problema della disponibilità strutturale, ci chiediamo come non sia possibile trovare all’interno dello stesso carcere uno spazio per far sì che le poche detenute che vorrebbero partecipare attivamente a programmi seri, vedi corsi professionali, completamento degli studi (per chi forzatamente è stato costretto ad interromperli), corsi di lingua straniera, attività lavorative proposte dall’esterno (cooperative), abbiano l’opportunità di farlo.

Il suggerimento che può venire da noi è quello di incentivare in qualche modo queste attività. Tutto ciò sarebbe, riteniamo, fondamentale per il recupero sociale della ristretta, visto che si sa in partenza quanto può essere deleteria l’inattività e l’ozio costante nelle ventiquattro ore passate in cella senza nulla da fare. Si sa che, dal punto di vista legislativo, chi commette un reato è punito, ma nello stesso tempo ci domandiamo l’utilità di tutto questo tempo perso, visto che il carcere dovrebbe essere un posto di rieducazione, di risocializzazione e di prevenzione, nella logica di far sì che non si commettano più reati una volta espiata la pena.

Tutto questo ozio forzato ci condiziona e “mette nelle condizioni di programmare noi stesse il nostro rientro in carcere” .... ovviamente scherziamo. Non vediamo come la carenza strutturale all’interno della sezione femminile, accompagnata dalla mancanza di personale addetto, possa permettere la nostra permanenza in cattività cosi riduttiva. Questa situazione non è vivibile, ci sentiamo defraudate della nostra dignità umana. Speriamo che chi di dovere abbia l’interesse di cogliere il nostro messaggio, nonostante siamo in poche ad avere questo interesse, affinché non continuiamo ad essere pervase da questo senso di abbandono in cui veniamo lasciate.

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Stato suicida

di Giulia Fedrigo

Siamo ristretti in strutture che falsamente si dichiarano “rieducative”. Si, “Ri”-educazione al crimine. Ci si chiede dov’è il reinserimento sociale, la riabilitazione. Grande utopia. Nei giorni che paiono, a tutti noi reclusi, interminabili, scanditi dalla conta, dalla distribuzione del vitto, la posta, l’aria, da un programma tv. Trovi lo sforzo dei volontari che vengono a cercare di dare qualche opportunità, e in quei momenti, seppur brevi, hai quasi la sensazione che forse non stai sopravvivendo. Sono ...palliativi, per quanto gli sforzi da ambedue le parti siano concreti, palpabili, ti viene da chiederti a cosa serve il carcere.

Questa rieducazione forzata se non a diventare più duro con te stesso e con gli altri. A imparare a farti più furbo, a delinquere meglio. Ad accrescere la tua rabbia, disperazione di detenuto/a , a incanalare le tue energie per imparare “strategie” sempre nuove che quasi ti laureano in criminalità.

E’ vergognoso tutto ciò. Ti chiedi se lo Stato abbia fondamentalmente dentro la sua strategia di punizione che premurosamente chiama rieducazione. La cosiddetta società perbenista che paga le tasse sta dalla parte giusta, forse non si pone nemmeno il problema di come i loro soldi siano spesi, utilizzati. Forse il sapere che qualche cosiddetto delinquente viene arrestato, giudicato, punito, rinchiuso per un po’ gli basta. Non sarà di disturbo ... per un po’.

Ma per fortuna nessuno resta in una cella a vita, e per uno che viene rinchiuso tra quattro mura, qualcun altro esce, viene liberato e se prima aveva rubato ora è pronto, dopo quello che ha appreso all’interno del carcere, a rapinare.

Non vado oltre.

Si, una bella scuola di formazione criminale, il carcere!

Negli ultimi tempi pare che il mondo sia impazzito: si uccide, si violentano bambini, si lanciano razzi per divertimento, la vita sembra non contare più nulla per nessuno. Ma come può essere diverso se la logica che determina l’effetto giustizia, non ha capacità di rieducare, formare, inserire i ristretti? Me lo chiedo. Non sono la sola, spero. La risposta non è facile ... non si vede luce!

Bisognerebbe forse saper ascoltare qualche proposta indipendentemente da chi venga posta. Non si potrebbe, per esempio, cercare anziché di costruire nuove carceri che lo sono solo strutturalmente, a livello murario, proporre soluzioni lavorative, culturali, formative, in qualche modo produttive, e perché no, incentivate da un compenso monetario. Spinta in più per molti. Vedere gente buttata “in branda” per giorni, mesi, anni, stimolata forse solo dal desiderio di fare una rissa, di bere per poter evadere in qualche modo, fa male.

Fa male perché questo sopravvivere, oltre che toglierti fisicamente dal vivere quotidiano, sociale, libero, ti pone in condizione di farti rinchiudere la “testa”, le tue capacità intellettive. La morte del pensiero, della possibilità del confronto non ti permette di andare avanti, di andare oltre.

Tutto ciò fossilizza e il mantenerti fermo immobile senza stimoli, non fa che consolidare il proprio modo di percepire e vedere non oltre il proprio naso.

Staticità può essere sinonimo di controllo. Cosa che all’apparenza può sembrare, per chi esercita questa funzione nei confronti dei ristretti, positiva.

In fondo, ad una osservazione non acuta, questo è un po’ come un indice di “sicurezza”. Attenzione però: sicurezza precaria.

Da che mondo è mondo, l’evoluzione dell’uomo passa attraverso la sperimentazione, il confronto. Cosa che a fatica all’interno del carcere si cerca di fare. Tutto ciò è limitante, non si può contenere un fiume se non con argini adeguati. Alla prima piena rischia di straripare. Bene, questo è ciò che lo Stato, forse inconsapevolmente, fa! Non è autole-sionista? Suicida? Bisogna andare oltre, avere l’umiltà, la volontà di provare ad accettare chi cerca, chi propone qualcosa che non deriva da competenze teoriche (vari tecnici-burocrati) ma semplicemente pratiche, vissute.

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Il mio battesimo

di Lleshi Paulin

Sono uno dei tanti albanesi che è stato costretto a fuggire dal proprio Paese a causa di una situazione politica a dir poco assurda.

Sono fuggito da un luogo dove l’odio e la vendetta vincevano su ogni altro diritto umano, dove viene persino negato il diritto di poter professare una religione diversa da quella ufficiale e nel mio caso poter essere cristiano.

In questa triste mia esperienza detentiva in Italia ho avuto il modo di avvicinarmi alla fede e alla religione cattolica. E’ stato fondamentale l’apporto e l’aiuto del cappellano della casa circondariale di Rovigo don Damiano Furini, attraverso il quale ho potuto avanzare la richiesta per ricevere i primi tre sacramenti: battesimo, comunione e cresima.

Il cammino di conoscenza dei fondamenti cattolici e di coscienza del passo che stavo per fare è stato ricco e ho avuto il grande aiuto della volontaria Maria Chiara Zulato, la catechista che pazientemente mi ha accompagnato. Tanto che ho potuto coronare questo grande desiderio il giorno 6 maggio scorso nel quale il vescovo di Adria-Rovigo Mons. Andrea Bruno Mazzoccato è venuto appositamente in carcere e durante la santa messa ho potuto ricevere questi sacramenti. E’ stato un sogno che è diventato realtà e sono potuto finalmente entrare a far parte della grande famiglia cristiana.

A corredo di tutto quello che è accaduto ringrazio ognuno di coloro che mi è stato vicino durante questa esperienza di fede, i miei compagni di cella e soprattutto don Damiano e Maria Chiara che mi ha seguito per tutto questo tempo senza mai stancarsi, ancora ringrazio la madrina Sara Piffer e il padrino Simone Brunello, oltre a tutti i volontari del coro che ogni domenica partecipano con noi detenuti alla santa Messa.

Un ringraziamento va, inoltre, alla direzione che ci ha concesso di poter festeggiare tutti insieme, in questo giorno importante della mia vita alla quale vorrei dare un significato nuovo, riuscendo a ad essere qualcosa di migliore sia per me stesso che per gli altri.

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A scuola di italiano

di Paolo Ardemagni

In questo istituto, ai primi di febbraio è stato organizzato un corso di lingua italiana, ed è stato voluto oltre che per gli extracomunitari presenti anche per gli italiani che ne erano interessati, per perfezionare tutti nella conoscenza e pronuncia della lingua italiana. Il corso è stato tenuto da Gian Ugo, professore di filosofia in pensione e volontario.

E’ stato molto utile ed interessante, specialmente per la geografia e per la storia, lo scoprire e conoscere la presenza di culture e religioni diverse, avendo così il modo di venire a contatto con molte realtà a noi prima sconosciute.

Il corso si è tenuto di lunedì e giovedì al mattino, ed è terminato ai primi di giugno. La direzione della casa circondariale ha istituito questo corso sia in quanto è istruttivo ma anche perché consente di migliorare la comunicazione tra di noi.

Il corso ha vista la frequentazione di quattro italiani, un albanese, due sloveni, due marocchini e due nigeriani.

Alla fine qualche risultato positivo si è potuto vedere, soprattutto stranieri che pronunciano meglio le frasi e quando sbagliano si correggono subito da soli.

Per tutto questo dobbiamo ringraziare il professore,che con la sua pazienza e la sua buona volontà è riuscito a rinfrescarci i verbi, ormai dimenticati e tante altre parole usate in un sistema dialettale. Infatti un problema che si pensa sia solo degli italiani, mi riferisco a chi parla il dialetto e perciò male l’italiano, abbiamo scoperto che è anche di diversi stranieri. Molti di loro hanno vissuto, nel nostro Paese, in ambienti dove si parla quasi esclusivamente il dialetto e la necessità di comunicazione li ha portati ad impararlo e a pensare fosse la lingua italiana. Ora, attraverso questo corso, hanno potuto finalmente correggere questa impostazione e appropriarsi, in qualche misura, della nostra lingua.

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Cucina

di Janos Sacirovic

Con oltre centosessanta coperti al giorno la cucina è internazionale, la distribuzione ... un po’ meno.

Senza dubbio uno dei luoghi che hanno una funzione di primaria importanza, all’interno della struttura carceraria, è la cucina.

E l’alimentazione, in questo luogo di espiazione, assume spesso un ruolo importante nel trascorrere del tempo e da significato a momenti e periodi festivi che altrimenti sarebbero ancora più tristi. A Rovigo tutt’ora i pasti vengono cucinati all’interno e risultano sicuramente più genuini e saporiti di quelli che potrebbero arrivare da qualche mensa esterna.

La cucina della Casa Circondariale di Rovigo cerca di rispondere alle esigenze di circa ottanta persone, distribuite tra la sezione maschile e quella femminile, attraverso la colazione e due pasti giornalieri.

I menù rispondono a precise esigenze e sono distinti tra quello estivo e quello invernale, che assicurano circa 2400 calorie giornaliere. Posso affermare che, grazie alla serietà e professionalità delle persone che ci lavorano, il vitto è ottimo. Io stesso ho lavorato come inserviente e mi sono reso conto di come si svolge e del modo in cui viene fatto. Certo la struttura non aiuta, bisogna lavorare e cucinare in quattro persone in circa trenta metri quadri e non è facile muoversi, però l’amministrazione si è accorta che sono spazzi ristretti per poter lavorare bene e ha promesso di ampliarla e ristrutturarla in modo da permettere ai cuochi di avere più spazio. Come detto prima, in cucina operano quattro persone, due fisse e altre due che cambiano ogni due mesi. Queste ultime hanno il compito di distribuire i pasti e aiutare i cuochi.

Sono tutti detenuti del carcere in quanto per il lavoro svolto la struttura è autosufficiente e non necessita di personale esterno. Per controllare i prodotti alimentari che vengono usati esiste una commissione cucina costituita da detenuti, periodicamente sorteggiati. Viene cambiata ogni quattro mesi e ha il compito di verificare che gli alimenti siano commestibili e in regola con le date di scadenza, ed ogni acquisto viene fatto in presenza di un rappresentante della commissione.

Uno dei problemi che vivono e condizionano i “camerieri” della casa circondariale di Rovigo è determinato dalla distribuzione. Infatti le persone ristrette sono collocate in celle distribuite su tre piani (terra, primo e secondo). Sicuramente un po’ di attività fisica non fa male, però quando le pentole sono piene di minestra bollente e pesanti non è facile trasportarle senza scottarsi al primo e al secondo piano. E se per caso uno di noi scivola? Sicuramente sarebbe più sicuro installare un montacarichi e si risolverebbe il problema in modo definitivo.

Un argomento a parte, che merita un po’ di attenzione, riguarda l’alimentazione dei musulmani attualmente detenuti, io stesso sono di religione musulmana e per noi alcuni cibi sono vietati. Vista la forte presenza di persone appartenenti a religioni ed etnie diverse possiamo usufruire di un menù differenziato e per quanto ci riguarda, privo di carni suine.

L’ideale, per rispettare le molteplici osservanze religiose, sarebbe avere attrezzi e ambienti diversi per cucinare, ma purtroppo, non per cattiva volontà ma per mancanza di spazi questo non si può fare.

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3° torneo: “Un calcio all’indifferenza”

di Paolo Ardemagni

            CLASSIFICA FINALE

  1° - G.S. Nordest                                                    punti     41

  2° - A.V.I.S. Stienta                                                    “       30

  3° - Confartigianato                                                     “       26

  4° - Ospiti Casa Circondariale                                     “       23

  5° - Pol. Euro Service RO P.P. Ferrara                       “       23

  6° - Banco Credito Coop.vo Pad. Orientale                 “       21

  7° - Polizia Penitenziaria Rovigo                                   “       21

  8° - G.S. Fiamme Gialle                                               “       21

  9° - G.S. Tribunale                                                      “       18

10° - Spazio Idea s.r.l.                                                   “       17

11° - A.T.I.R. SASCH                                                  “       16

12° - Club Porto Viro                                                    “       14

13° - A.P.I. Rovigo                                                       “       13

14° - Cral I.N.P.S.                                                        “       13

15° - A.I.C.S. Dipendenti comunali                                “         9

 

Lo sport da sempre è stato un simbolo di aggregazione e lealtà. In Italia e in tanti Paesi del mondo il calcio è una delle discipline sportive più famose.

Anche all’interno dei vari istituti penitenziari, persone ristrette trovano svago e allegria giocando a calcio. Da questo è nata l’idea di organizzare un torneo di calcetto qui nella Casa Circondariale di Rovigo. E’ il terzo anno che si tiene e sta diventando una tradizione, tanto che di anno in anno aumentano le squadre partecipanti. E’ emblematico, poi, rilevare come attraverso questa iniziativa si vengano a trovare di fronte detenuti e varie rappresentanze delle forze dell’ordine, e anche in questo caso lo sport riesce ad unire gruppi di persone che spesso invece si ritrovano contrapposti.

Il torneo è iniziato ai primi di marzo sotto il nome “Un calcio all’indifferenza “. A questa terza edizione le squadre partecipanti sono state quindici e purtroppo la nostra non ce l’ha fatta a bissare il successo dello scorso anno. Prima in classifica è risultato il G.S. Nordest con ben quarantuno punti, noi siamo giunti quarti a ventitrè punti.

Anche la classifica marcatori ha visto primeggiare un giocare del Nordest, Mauro Magro con cinquanta goal, mentre il nostro bomber è stato Dino Samir con trenta reti.

In fondo, non avendo vinto possiamo parafrase De Coubertain, non è importante vincere ma partecipare, che è il motto delle olimpiadi e di tutto lo sport. Abbiamo comunque partecipato con cuore ed impegno e anche se non sono venuti i risultati ci siamo divertiti a dare un bel calcio all’indifferenza.

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Coordinamento, informazione
e giornali del carcer
e

di Giuliano Capecchi (responsabile Informacarcere)

Informacarcere è stato così fulmineo nel sorgere e altrettanto nello sparire. Ma ora, dopo un certo disorientamento, torna più “agguerrito” che mai e annuncia il secondo convegno nazionale a Firenze, nel mese di novembre.

Era un po’ di tempo che non ci ritrovavamo e speravamo di essere qualcuno in più, all’ultimo momento alcuni che avevano assicurato la loro presenza, per sopraggiunti impegni, non sono potuti venire e quindi intorno al tavolo eravamo in quattro : Paola Soligon e Ornella Favero di “Ristretti Orizzonti” (Padova), Beppe Battaglia de “Il filo di Arianna” (Eboli) e Giuliano Capecchi dell’Associazione Pantagruel e di Informacarcere (Firenze).

Avevamo, prima dell’incontro, ricevuto un fax da Stefania Guiotto di Treviso e un e‑mail da Claudio Flores, Massimiliano De Somma, Pina Palma e da numerose realtà della Campania (“La Storia di Nabuc”, “Il Cammino”, “33,3 periodico” e “Solidarietà”) di cui parleremo più precisamente.

La discussione è stata ampia ed è utile riportare vari degli stimoli emersi in modo che gli altri giornali del carcere e le altre numerose esperienze di informazione nel e fuori dal carcere ci facciano avere ulteriori interventi, proposte, temi da affrontare e sviluppare.

Tutti d’accordo nel fare a novembre a Firenze (nella stessa sede del primo convegno, via Cavour, 4) il nostro secondo incontro nazionale e finalmente abbiamo anche la data precisa: venerdì 16 novembre e sabato 17 novembre con chiusura alle ore 14.

Alcune indicazioni per queste due giornate potrebbero essere:

Venerdì mattina: alcuni interventi introduttivi su : ‑ La situazione attuale (esperienze esistenti) e cosa è cambiato dopo due anni; ‑ Perché creare un nuovo giornale in carcere? ‑ Solo il giornale o anche il giornale? ‑ Coordinarci su alcuni temi e su quali ? ‑ E’ possibile un progetto a livello nazionale?

Venerdì pomeriggio: gruppi di lavoro su alcuni dei temi introdotti la mattina e a chiusura di giornata un eventuale momento assembleare.

Sabato mattina: relazione dei gruppi in assemblea e discussione; elezione dei rappresenti del nuovo coordinamento; interventi dei rappresentanti della Regione Toscana, del DAP, del Ministero di Giustizia.

E’ tutto da discutere, ovviamente.

Sarebbe importante che prima del convegno di novembre ci fossero momenti di incontro a livello di zone e aree geografiche specifiche (perché non fare un incontro preparatorio a Napoli o in altra città del sud?). Già è previsto un convegno il 12‑13 ottobre a Porto Azzurro (Isola d’Elba) per i 50 anni del giornale “La Grande Promessa” e un altro momento di dibattito a Padova a fine ottobre con una giornata sul volontariato. Ci sono altre iniziative che potrebbero essere preparatorie?

E’ importante che il nostro coordinamento faccia riferimento ai giornali, ma non solo ad essi, coinvolgendo tutte le forme di informazione esistenti nel carcere e sul territorio. Per questo dobbiamo contattare: le scuole del carcere, le biblioteche e i centri di documentazione, il CNCA (Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza) che recentemente ha creato al suo interno un gruppo di lavoro sul carcere di cui fa parte anche Beppe Battaglia, alcuni siti sul disagio, i giornali di strada, Antigone con il suo osservatorio sulle carceri, oltre alle radio che già fanno informazione ecc. E’ un lavoro impegnativo che è però necessario portare avanti nei prossimi mesi.

Dobbiamo individuare anche alcuni temi forti su cui coinvolgere le varie redazioni dei giornali e su questi aprire un dibattito che potrebbe avere all’interno del convegno un ulteriore momento di discussione.

Un altro tema molto importante è quello della formazione sia rivolta alla redazione interna, che agli operatori esterni che spesso hanno la funzione di coordinatori dei giornali. Tanto più sarà sviluppata tanto più crescerà il livello dello strumento informativo e la spendibilità all’esterno delle conoscenze acquisite. E sulla validità dei giornali del carcere, sulle loro finalità, se possono essere considerati strumenti critici e liberi o piuttosto voci acritiche che troppo spesso danno della realtà carceraria una visione incompleta e edulcorata anche su questo, che poi è il senso ultimo o il non senso delle nostre esperienze, dovremo dibattere.

Ecco, in parte, ciò che ci siamo detti a Firenze... e non è poco; per realizzare il tutto ci vorrebbero e ci vorranno più dei cinque mesi che ci separano dall’incontro fiorentino... quindi diamoci da fare...

Ulteriori stimoli sono arrivati dalla lettera di Stefania Guiotto, che fra l’altro indica come spunti per il dibattito:

  1. l’importanza di proseguire ed ampliare la rete tra i giornali del territorio nazionale;
  2. il creare gruppi di lavoro a livello regionale o che comprendano esperienze di più regioni vicine;
  3. lavorare seriamente all’organizzazione del convegno che dovrà essere “una vera opportunità di scambio e crescita (magari anche seminariale), evitando di centrarlo su “se stesso” o di cadere nel facile “parlarsi addosso”.

Magari ci potremmo porre l’obiettivo di raccogliere iniziative e proposte nuove che, adatte alla contingenza del “qui ed ora” possano eventualmente evolversi nel tempo. Credo che pensarne la ricaduta già da ora sia un buon metodo per permettere la crescita di un progetto a lungo termine, che però necessita di verifiche costanti e studio di strategie adeguate, anche al fine di evitare sprechi di tempo e di risorse umane ed economiche”.

Stefania nella sua lettera parla anche di un incontro nazionale non aperto al pubblico che sì è tenuto nell’ultimo dicembre a cura del Dipartimento per la Giustizia minorile e che ha coinvolto i vari giornali che esistono negli I.P.M.

1 numerosi amici della Campania, oltre a fornirci dati sulla situazione dei loro giornali, indicano come proposte operative:

1) Verifica esistenza di altri fondi da parte del DAP per realtà di giornali che non sono state finanziate come il giornale “33,3 periodico”; 2) Lavorare in vista del prossimo convegno dove vanno con forza rilanciate le proposte di retribuzione per i lavoratori detenuti delle redazioni; 3) Ottenere lettera di sensibilizzazione alle Direzioni degli istituti da parte dell’Autorità Centrale (DAP) perché sostengano le iniziative in corso e ne promuovano altre.

A questo punto aspettiamo reazioni, interventi, proposte... con amicizia.

 

Per contattarci:

Coordinamento Informazione e Giornali del Carcere c/o INFORMACARCERE, via G. Modena, 13 ‑ 50134 Firenze - tel. 055/4384103 - fax. 055/4384100  informacarcere@regionetoscana.it Associazione Pantagruel - via Tavanti,20 ‑ 50134 Firenze - tel. e fax 055/473070 - tel. e fax 055/8547977.

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Lettera di una detenuta della
casa circondariale di Rovigo

di Giulia Fedrigo

Sono inquieta nell’anima, il vuoto che ci circonda è palpabile, ha quasi sostanza.

Lo percepisco come una minaccia, ma non ne ho paura. Mi produce tensione. Mi fa porre attenzione. Un nemico invisibile che mi sfida e non posso evitare di accettare. E’una battaglia strana.

Sei portato a credere che la guerra è persa in partenza. Eppure le piccole soddisfazioni che ogni tanto ricavi dalla forza interiore ti fanno sentire che puoi rimandare il rimedio prima di quel nulla nebbioso, ti permettono di illuderti che questa volta ce la puoi fare e vincere. Questo non fa altro che incrementare la tensione. Vorresti gridare oltre la tenue speranza di eliminare il vuoto, ma non puoi perché dalla bocca non esce nessun suono, anche le corde vocali sono imprigionate dalla morsa palpabile del nulla. Catene invisibili, eppure forti, la sensazione di essere circondati, a volte circuiti, sì, perché ci sono attimi in cui simpatizzi con questo vuoto, con il tuo nemico, te lo senti addosso e qui vorrebbe farti perdere.

Forse non lo sentiresti ostile, forse impareresti ad amarlo e, il suo essere presente avvolgente, non ti sconquasserebbe l’anima.

Ma non puoi permetterglielo, vorrebbe una resa, non puoi concederti, sarebbe come regalare, gettare via ciò che sei, che esisti, non avrebbe senso altrimenti da questo desiderio scaturisce e aumenta la tua forza.

Ti sei distratto hai percepito un rumore un suono ed ecco una battaglia vinta con l’arma che tu hai: la concentrazione. Qualunque appiglio pur di non farti travolgere.

Verrà la notte, ti addormenterai pensando che ce l’hai fatta anche per oggi, ti ricarichi per la prossima battaglia, l’atto finale è sempre rimandato temendo di perdere la guerra. Sei disposto a cercare, a inventare sistemi e soluzioni sempre diverse, dalle più idiote alle più folli, alle più banali, ciò per permetterti di sentirti vivo, veramente vivo.

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La voce completa della maturità

di Sara Canali

E’ mattina, inverno inoltrato, il sole si sta alzando ed io con lui mi preparo l’equipaggiamento quotidiano, consiste in un piccolo bagaglio da mettersi sulle spalle.

Da qualche mese ho dato un taglio netto alla vita passata, ho ritrovato quella voce dal timbro familiare, quella voce che era cresciuta dentro me, imposta da un’educazione di valori e principi, la voce della coscienza.

Faccio un passo indietro, a quando giudicavo il suo tono noioso, inutile, che malcelava un percorso prestabilito e monotono mentre io avevo così tante energie, voglia di trasgredire. A 15 anni mi sentivo pronta ad affrontare la vita di petto. Le mie previsioni sarebbero state azzeccate, nella mia invincibilità ho regalato quella voce, l’ho sfidata verbalmente ma solo i gesti e le azioni mi hanno permesso di reprimerla, allontanarla, fino a sconfiggerla.

Inconsciamente mi ero buttata nel buio travestita di luce …. Il preludio era stimolante e incoraggiante: brillava di riflessi smeraldi che mi inebriavano, come mai avrebbe potuto capovolgersi o scapparmi di mano ciò che abilmente mi ero accaparrata, ma forse è meglio dire conquistata… la voce della coscienza ormai se ne stava andando definitivamente, non la sentivo più, al suo posto era comparsa un’altra voce quella del destino, che mi invitava a proseguire la mia strada, era mio diritto osare, tentare, toccare fino a che punto potevo arrivare. Avevo ardentemente desiderato che il destino si impossessasse della mia anima, che convogliasse la mia mente, e quanto … si stava realizzando…. Sublimemente.

E tutto ad un tratto, come il sapore amaro del risveglio dopo una notte tormentata da incubi, ecco comparire le regole della società, le stesso che il destino mi imponeva di sfidare. Brusca frenata e strigliata, come un bambino sgridato alla prima bugia, ma non era abbastanza forte e perentoria da mettere in allarme la mia nuova Voce guida, infatti mi diceva che continuando sarei arrivata più in alto: non ancora smaltita la sbornia del proibito, l’ebbrezza dell’eccesso il gusto del navigare controcorrente che avevano affascinato il mio essere. La mia interiorità era annullata, unico mio riferimento la voce del mio destino, mi confidava che così doveva essere ma nell’euforia e nei lussi più sfrenati non traevo alcun sconforto, era tutto vuoto intorno a me, pur non essendo mai sola. Ho toccato il fondo a questo punto. Solo chi ha provato le mie stesse sofferenze, che marginalmente ne includono una totalità varia e di ogni sorta, può capire i meandri fisici e mentali del fondo. Nei momenti di più profonda solitudine, perché in questo mondo non esistono amici, amori che non sono finalizzati, ho cercato diligentemente la voce della coscienza, sapevo che mi avrebbe potuto dare forza, nella sua semplicità e monotonia mi era stata di sostegno, ho anelato invano di riconoscere il suo timbro, ma schiacciata dalle mie contestazioni, anche lei mi aveva lasciato sola.

Mia unica compagna, la voce del destino, che mi portava languida verso orizzonti già conosciuti, ma questa volta avevo fatto tesoro della sgridata precedente e avevo già messo in preventivo come dribblare ed aggirare ogni possibile ostacolo. Questa voce stava diventando irriverente ed antipatica, mi aveva fatto pesantemente scivolare e cadere per la terza volta, con saccenza mi cagionava l’ennesima sofferenza, mi privava della libertà, certo se il destino così voleva…

Ancora il nulla, chiusa nella mia fragilità continuavo a non voler vedere, non voler sentire la voce della coscienza, un muro di ignorante orgoglio mi impediva di rimpiangerla, dopo che da anni l’avevo rinnegata, accettavo il mio castigo di tremenda ed inesorabile tortura mentale…

L’altra voce, quella del destino, non mi dava via di fuga e per questo mi era sempre più ostile, sembrava dover farmi pagare a prezzo d’oro la sua collega coscienza, che ero riuscita a disprezzare e alla quale non avevo fatto concludere il compito, cioè il percorso sino alla maturità. Un giorno di mesi or sono, all’improvviso ho ascoltato una voce che mi parlava… diversa da tutte le altre, irriconoscibile eppure così familiare, mi dettava concetti dei quali ogni giorno avevo sentito nostalgia, ogni mattina un’effimera speranza di un sogno che mi avesse potuto ricondurre alla voce ormai perduta…

Non poteva essere lei, con circospezione mi sono avvicinata, l’ho studiata, incerta mi sono allontanata… se fosse stata un’illusione, come un lumino una volta consumata la cera si spegne, così anche lei al mio ritorno non sarebbe stata dove l’avevo trovata…

Intanto ero di nuovo sola, anche la voce del destino mi sfiorava flebilmente, non avendo di che tentarmi, coinvolgermi, si era fermata in agguato da pantera che attende la sua preda. Forte di una bramosia rimontatrice, sono tornata verso quella direzione, la voce era ancora la che mi aspettava, sembrava tendermi le braccia e voler raddrizzare i miei passi incerti. Non è la voce della coscienza, nemmeno quella del Destino, è la perfetta fusione fra valori e vissuto, fra bene e male, è una voce completa.

Ho afferrato l’appiglio, a mente ed anima aperta, naufraga che approda, sto respirando aria di benessere, non me la lascerò mai scappare, il mio tesoro nascosto, da proteggere e custodire: la mia voce completa….

Chiedo solo un giorno di poter dare a qualcuno questo dono, inesistente materialmente, ma immenso e inappagabile… così come qualcuno l’ha regalato a me. Io purtroppo non ho altro da offrire a quel qualcuno, se non il mio grazie con questo racconto.

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Il barbiere

di Ferdinando Cantini

In un mondo, dove apparire ha oltretutto valore quanto essere, la cura del proprio aspetto fisico diviene un’attività a cui è lecito impegnare parte del proprio tempo e delle proprie risorse.

Questa necessità non viene meno se la persona è reclusa; anzi talvolta la reclusione acuisce la propensione a modificare o a curare il proprio aspetto fisico.

La realtà carceraria alle volte, purtroppo, dispone che sia solo un detenuto, magari privo di esperienza come barbiere, ad interessarsi del servizio barbieria dei compagni reclusi.

Nella nostra realtà di Rovigo si è organizzato un corso per la formazione di barbieri, è una cosa positiva, ma ciò non toglie che sia opinabile anche prevedere la presenza, su richiesta, di un barbiere scelto dalla direzione tra gli artigiani di Rovigo.

In effetti, se pensiamo agli stereotipi che rappresentano la persona detenuta, la barba lunga è uno dei segni caratteristici della carcerazione e la poca cura della persona contraddistingue da sempre l’idea che c’è nell’immaginario comune.

La noia della galera e l’abulia che coglie le persone ristrette aiuta sicuramente a diminuire gli stimoli che sono alla base di una costante e quotidiana toeletta. Anche se negli ultimi anni, probabilmente alimentate da diversi fattori, non ultimo le mode e le pubblicità di creme e quant’altro, le persone detenute hanno certamente una maggiore cura della propria persona.

La barba, potendo io raccontare solo dell’esperienza al maschile, nelle sue molteplicità di taglio con il pizzo, i baffi e le basette, trova molta più attenzione nella quotidiana rasatura e si possono vedere le più bizzarre mode applicarsi a secondo dei modelli che passano per il tubo catodico.

Ora questo corso certamente servirà a quei ragazzi che intendono imparare un mestiere per il loro futuro e nel corso della carcerazione potranno rendersi utili per i loro compagni, ma c’è da pensare anche ad una soluzione che risolvi definitivamente il problema nella sezione maschile, credo possano esserci gli stessi problemi anche per quella femminile, e possa evitare gli imbarazzi che insorgono quando questa professionalità non risulta presente tra i detenuti per un periodo troppo lungo di tempo, creando malumori e “musi” lunghi.

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Teatro laboratorio

di Sara Piffer e Simone Brunello (compagnia Arancio Chimera)

Dopo due anni di attività teatrale tenuta presso la sezione maschile della Casa circondariale di Rovigo, con risultati positivi ed incoraggianti, quest’anno avevamo deciso di portare questa esperienza anche nella sezione femminile, attraverso un laboratorio di pochi mesi per poi riprendere lo spettacolo “Stars” con gli uomini, perfezionandolo ed arricchendolo con il contributo dei nuovi arrivati.

Giunti a fine dicembre abbiamo però cambiato programma e quel laboratorio pilota, che doveva servire più che altro per conoscerci e comprendere se sarebbe stato possibile - in un futuro - creare qualcosa assieme, si era rivelato talmente ricco di energie e risorse da convincerci a continuare al femminile per l’anno 2001.

L’entusiasmo di questa decisione ha subito svariati contraccolpi, in parte dovuti al normale andamento della casa circondariale (trasferimenti, uscite, nuove entrate da inserire a lavoro iniziato) e in parte alla “imprevedibilità” femminile... per cui il gruppo di lavoro ci è parso spesso una fisarmonica impazzita: gonfio d’entusiasmo si allargava a 10-12 persone per poi calare a 2-3 la volta successiva e via di questo passo senza un preciso criterio logico.

Siamo arrivati a fine maggio su questa sorta di altalena che rendeva arduo portare avanti un qualsiasi tipo di discorso. Perché dunque abbiamo continuato? Perché quella imprevedibilità femminile della quale abbiamo accennato prima e che molte volte ci ha disorientato, altrettante volte ci ha incantato con la forza di una presenza viva e vitale, perciò questo nostro gruppo sgangherato è arrivato sin qui, a tratti stringendo l’anima tra i denti per non lasciarla scappare.

Nell’ultimo mese c’è stato un assestamento definitivo della “squadra”: Antonella, Marina, Giulia e noi due, numericamente pochi ma motivati; abbiamo raccolto gli stimoli lasciati da chi era “passato” attraverso il laboratorio, e creato testi che danno voce ai problemi di chi vive dentro: l’ossessione numerica delle ore, dei giorni, dei mesi, delle conte, delle domandine, della maternità negata, del rapporto col potere, della speranza, ... Argomenti che anno avuto la voce ed il corpo di queste attrici emozionate ed emozionanti, coraggiose nel mettersi in gioco sabato sette luglio, in uno spettacolo non spettacolo intitolato per l’appunto “Prove per uno spettacolo che non si fa”.

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Trasferimento

di Giulia Fedrigo

I trasferimenti o “pacchi postali celeri”. Facile il “trasbordo” di un ristretto. In fondo basta un blindo, 4-5 agenti, un capo scorta. I perché delle “spedizioni” in genere sono: sovraffollamento, comportamento indisciplinato, cure cliniche particolari, comportamento presunto o tale che crea disturbo (persona indesiderata), banale ma non ultimo motivo è il feeling instaurato con “chi di dovere” (In genere, comunque, non ci è dato di conoscere il motivo reale). Inoltre ci sono i cosiddetti trasferimenti di prassi.

Ristretti per i quali sono state costruite apposite strutture carcerarie (art. 41 bis, 416, etc.). E ancora, strutture definite “precauzionali”, anche se non tutte le carceri sono dotate di sezioni cosiddette “protette”, per intenderci: dove stanno quei reclusi che hanno commesso reati di pedofilia, violenza carnale, pentiti, etc. Preciso, nei “precauzionali” ci sono pure detenuti posti lì per “causa di forza maggiore”, giudici che hanno posto divieti d’incontro, divieto assoluto di creare contatti con coimputati o presunti tali.

A parte il costo non trascurabile che produce un trasferimento, i più penalizzati sono i ristretti definitivi.

Mesi, anni, passati all’interno di una struttura carceraria, in cui spesso/sempre a fatica si cerca di costruire qualcosa, di aprirsi un piccolo varco per il futuro “reinserimento”, quest’incalcolabile “miopia” posta al proprio servizio per “provare a farcela”. In un attimo, attraverso una quasi banale comunicazione, viene a cancellarsi tutto e si è spazzati via!

I definitivi, perciò, in grado di poter fare un percorso per essere inseriti nel contesto sociale, si trovano a pagare questo prezzo così alto che è il trasferimento. Dispendioso, deleterio, illogico, senza alcuna finalità concreta. Si potrebbe ipotizzare un abuso, considerato l’art. 83 comma 9 dell’ordinamento penitenziario dove “è stabilito legalmente che il ristretto ha diritto a un programma terapeutico continuativo”.

Dov’è la continuità?

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Esperienze detenute

di Assunto Malacrinò

Sono due anni che la mia vita scorre tra le mura della Casa Circondariale di Rovigo.

Lo stacco dalle abitudini e dal tenore di vita precedente penso sia traumatico per chiunque, almeno per me lo è stato.

Riprogrammare i ritmi della vita quotidiana, trovare stimoli per impegnare proficuamente il tanto tempo libero a disposizione, sono stati alcuni dei compiti assidui che mi sono imposto. Non mi sentivo portato a svolgere quei piccoli lavoretti manuali di tipo hobbistico e nemmeno mi attirava trascorrere il tempo applicandomi alla lettura di libri.

Saputo che nella Casa Circondariale di Rovigo esisteva l’iniziativa del giornalino “Prospettiva Esse”, periodico dei detenuti e che alcuni di coloro che avevo iniziato a conoscere vi partecipava, ho deciso pure io di farne parte e da circa un anno e mezzo cerco di portare il mio contributo.

E’un’esperienza che si è dimostrata positiva, perché raccontarsi attraverso gli articoli del giornale è stato un po’ come rivisitare i propri trascorsi, cioè prendere una maggiore consapevolezza di se stessi. Seguendo e partecipando alle varie fasi di sviluppo della pubblicazione, ho avuto anche la possibilità di partecipare, lo scorso aprile, ad un seminario organizzato all’interno dell’iniziativa “Obiettivo carcere” che comprendeva quattro mostre fotografiche e che si sono tenute nei locali della Pescheria Nuova di Rovigo.

Per me è stata un’esperienza nuova ed entusiasmante per molti aspetti, avendo potuto usufruire per l’occasione di un breve permesso premio dal Magistrato di Sorveglianza. Era la prima volta, dal mio arresto, che lasciavo il portone del carcere alle mie spalle.

Questa opportunità grazie a un piccolo impegno e per parlare della voce del carcere di Rovigo: “Prospettiva Esse” il nostro giornalino. La prossima opportunità per i detenuti impegnati nella redazione sarà la partecipazione al secondo convegno sui giornali del carcere che si terrà a novembre a Firenze, anche se in cuor mio, per quel tempo, spererei di essere tornato in famiglia e lasciare l’opportunità ad altri compagni di penna.

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Voli di dentro
(poesie e quant’altro)

SOLITUDINE

Vorrei essere tra le tue

braccia

non per amore

non per gelosia ma solo

per dirti

che ho bisogno

della tua compagnia.

DELUSIONE

Mi scrivi tu, e mi insulti

mi chiami amore dopo che

tu mi hai lasciato in una

stanza triste e buia tu che

mi ha abbandonato con lo sguardo

triste immacolato non ti sei

neanche girato e così mi hai abbandonato

tra quattro mura e una finestra senza

luce per pensare al tuo sguardo

e ai tuoi occhi immensi come la notte

d’estate il sole parla a te

che ti ho amato e tu mi hai dimenticato.

TRADIMENTO

Ero sola, sola contro

il mondo che mi odiava

e continuava a voltarmi

le spalle, poi

all’improvviso tu…

tu mi hai salvata

dall’inferno

ma so che a causa

della lontananza forse

ti perderò. Non dimenticarti

mai di me.

CAMMINARE

Camminando insieme

a te, sto crescendo

e tu con me

ogni giorno un po’

di più sento che

lo sono come sei tu.

Quanti sogni da bruciare

quante notti senza te

come faccio ad uscire fuori

se non vedo un po’ di luce

dentro me!

MANCANZA

Mi manchi tu come la pioggia nel deserto

mi manchi tu come la luce nella grotta

mi manchi tu come il sole alla notte

mi manchi tu luce nel mio cuore

mi manchi tu effetto dell’amore

mi manchi tu calore di un abbraccio

mi manchi tu battito del cuore

manchi tu.

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Ingiustizia

 

Pena di morte

Nel corso del 2000 vi sono state almeno 3.058 sentenze di condanna a morte e 1.457 esecuzioni.

In Cina, solo negli ultimi tre mesi, vi sono state 1.781 esecuzioni capitali.

Gli USA, negli ultimi 25 anni, hanno eseguito 720 condanne a morte.

 

Carcere

Nel mondo vi sono 8 milioni di persone incarcerate.

In Cina vi sono 1.400.000 reclusi, in Russia 1.060.000.

Negli USA oltre 6 milioni di cittadini sono sottoposti a misure penali: 1.860.000 in carcere, 3.773.000 in libertà vigilata e 712.000 in libertà sulla parola.

In numerosi Paesi, anche occidentali, i bambini sono penalmente perseguibili già dai 7 anni di età.

 

Tortura

Torture e maltrattamenti inflitti da agenti di stato sono stati riscontrati da Amnesty International in oltre 150 Paesi, in più di 70 sono assai diffusi. In oltre 80 paesi queste torture hanno provocato morti.

Negli ultimi tre anni bambini sono stati torturati o maltrattati dalla polizia in oltre 50 Paesi.

Sono solo alcune delle cifre dell’ingiustizia e della violazione dei diritti che, ogni giorno di ogni anno, in tutti i Paesi del mondo colpiscono milioni di persone. Persone quasi sempre appartenenti alle fasce più povere ed escluse. Persone rese ancora più deboli e vulnerabili dalla mancanza di voce e di possibilità di rivendicare i propri diritti.

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