«Prospettiva Esse – 2000 n. 1»

Indice

  1. Editoriale (L. Ferrari)
  2. Un successo conquistato (N. Mangraviti)
  3. La società e il carcere (J. Zamboni)
  4. Mondo carcerato e giustizia. Promesse di fine millennio (Cantini ‘Picci’)
  5. La tossicodipendenza (J. Zamboni)
  6. Attualità: “Liberalizzazione delle droghe leggere”
  7. Riflessione: “Voglia di fare” (M. Cuci)
  8. Arte: “Attività teatrale” (M. Cuci)
  9. E ora si cambia… informandoci (F. Cantini)
  10. Riflessioni di vita (D. Martinengo)
  11. Le attività del ‘99 (M. Cuci)
  12. Detenuti al lavoro esterno (M. Cuci)
  13. L’ecstazy (Cantini ‘Picci’)
  14. La mia vita in gioco (M. Marangoni)
  15. La cella strumento di rieducazione (F. Cantini)
  16. Rappresentazione teatrale: momento di cultura d’insieme (L. Paulin)
  17. Voli di dentro
  18. Informazione e carcere
  19. Io voglio

 

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Editoriale

di Livio Ferrari

Prospettiva Esse, attraverso questa nuova serie si produce in una ulteriore virata di una storia ancora giovane, infatti il giornale ha poco più di tre anni e continua a mantenere quelle caratteristiche di freschezza ed originalità che l’hanno sempre contraddistinto.

Non potevo esimermi dall’introdurre questa nuova serie editoriale in quanto l’ho visto nascere e continuamente seguito nel suo evolversi, nei mutamenti congeniti delle persone detenute che via via si sono impegnate nella redazione, o che hanno semplicemente collaborato, e chi di loro ha fatto da punto di riferimento.

La sfida iniziale era di vedere se questa iniziativa avrebbe avuto un futuro, cioè se sarebbe potuta cementarsi e prodursi nel tempo. Infatti diventava difficile ipotizzare il prosieguo dell’impegno in quanto il tutto avviene all’interno di una casa circondariale, con un numero ridotto di presenze e un continuo ricambio delle stesse, che se da una parte dà sfogo alle novità e a nuovi entusiasmi, dall’altra produce interrogativi sul grado di coinvolgimento e conservazione delle prerogative, che sono elementi indispensabili per la riuscita del giornale. Finora “Prospettiva Esse” non ha avuto la veste grafica patinata, come hanno invece la maggior parte dei giornali del carcere, ma l’investimento che da quest’anno viene prodotto dalla Direzione della Casa Circondariale unito a quello dell’Assessorato alle Politiche Sociale della Provincia di Rovigo, che sin dall’inizio ha creduto e sostenuto l’iniziativa, ha portato le novità che trovate in questo numero e che si completerà con le prossime uscite. L’obiettivo che ci si è posti sin dal principio è che attraverso questo giornale potesse circolare maggiormente la cultura della detenzione, cioè il conoscere cosa vuol dire incarcerare e separare dal territorio. Fare arrivare una informazione corretta di ciò che è la “galera” affinché chi lo legge possa uscire dalle sabbie mobili della spettacolare ed allarmistica riproduzione del carcere che ne fanno le televisioni e i giornali. In ultimo perché poi, attraverso questo discernimento, ci si attrezzi tutti a dare risposte concrete all’atto dell’uscita dal carcere, che è il momento emblematico per un vero o mancato abbraccio che segnerà in positivo o negativo anche il nostro futuro.

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Un successo conquistato

di Nicolò Mangraviti, direttore della Casa Circondariale di Rovigo

Il giornalino in un istituto penitenziario non è cosa da poco.

Ciò è un segno di vitalità, di ricerca di dialogo, voglia di comunicare, confrontarsi sia con il mondo interno al carcere sia, soprattutto con il mondo esterno, con chi ci conosce poco e magari ha la testa piena di luoghi comuni ed il giudizio facile.

Questo giornalino, Prospettiva Esse, esce ormai da alcuni anni e, da iniziativa sperimentale, si è ormai consolidata come una preziosa realtà dell’istituto. Voce dal di dentro ma sempre più conosciuta all’esterno. Di strada si può ormai dire che ne ha fatta parecchia. Cambiano i suoi animatori ma immutato rimane l’impegno, l’interesse che fa crescere il giornalino, per cui la sua uscita costituisce ormai un appuntamento fra i più significativi nella vita ordinaria dell’istituto.

Un risultato che merita il nostro apprezzamento e che va riconosciuto a tutti quanti finora si sono attivati e prodigati per la buona riuscita di questa iniziativa, in particolare un plauso va a quei ristretti che più ci hanno creduto, quasi fondandolo ed ai volontari che hanno fornito il loro sostegno e la loro collaborazione.

Recentemente ho captato anche un segnale di andare oltre, di migliorarsi, di potersi a tal fine avvalere anche di figure professionali. Volentieri mi sono attivato perché questi obiettivi potessero essere raggiunti.

Questo mio scritto vuole rappresentare appunto un messaggio d’incoraggiamento a continuare su questa strada.

Lo dico con sincera convinzione. Vi sono stati anni in cui l’uscita di un giornalino in un istituto di pena veniva visto con una sorta di fastidio, quel fastidio di vedersi quasi giudicare dai ristretti.

Tempi passati, vorrei dire: è giusto che il carcere sia come una casa di vetro e quando da parte dell’operatore penitenziario si fa il proprio dovere con coscienza e dedizione, come avviene tutti i giorni, non vedo perché si dovrebbero avere riserve sul fatto che un detenuto faccia sentire, la propria voce, che parli dei suoi problemi, delle sue convinzioni.

Naturalmente vanno rispettate certe regole. Un giornalino non può essere occasione di sfogo per sterili risentimenti. Il mio auspicio è che Prospettiva Esse possa diventare sempre di più centro di cultura, laboratorio di progetti e proposte.

Ho detto prima voce del di dentro ma che potrebbe diventare voce di tutti, degli ospiti della struttura e di quanti vi operano all’interno. Idealmente anche ponte con la città, con le istituzioni, insieme nella promozione di una solidarietà rinnovata e costruita su valori condivisi.

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La società e il carcere

di Johnny Zamboni

Gli uomini non sono interamente angeli o interamente demoni,

ma in essi c’è una misura di bene e una di male.

Penso a una società che, con serietà, si chieda cosa nella prigione e per la prigione si faccia o si tolleri che, invece, non andrebbe fatto o tollerato, ovvero non si faccia o non si tolleri che, invece, andrebbe fatto o tollerato. E dica, con chiarezza, cosa intende fare del carcere, prima del carcere, dopo il carcere, e a chi spetti di farlo e come.

E, con altrettanta chiarezza, dica cosa intende fare degli uomini ai quali toglie la libertà personale e di quelli ai quali la restituisce. Preoccupandosi, sì, che non si commettano trasgressioni nel carcere. Ma anche, e soprattutto, che non si commettano le trasgressioni che portano in carcere; che non tutte le trasgressioni portino in carcere; e che coloro i quali dal carcere escono vengano accolti con ragionevole fiducia e non con sovraccarico di dubbi, pregiudizi, sospetti, quasi a perpetuare all’infinito lo stigma della condanna e della reclusione. Che, insomma, alla condanna alla prigione non si aggiunga la condanna della prigione ad avvitarsi su se stessa in una spirale perversa e ineludibile, producendo sempre più prigione.

Una società di uomini e donne che non siano interamente angeli o interamente demoni, ma che in essi, come nelle loro istituzioni, ci sia una misura di bene ed una misura di male. Né è immaginabile che istituzioni cattive corrompano uomini naturalmente buoni o uomini cattivi corrompano istituzioni naturalmente buone. E neppure si capirebbe per quale ragione uomini di per sé buoni creerebbero istituzioni cattive, né come istituzioni di per sé buone deriverebbero da uomini cattivi. Una società, le cui leggi parlino un linguaggio universale e non rappresentino il discorso simmetrico di una classe ad un’altra, siano, cioè, fatte in nome di tutti e per tutti e non per alcuni e su altri. Come se in essa una categoria di uomini, preposti all’ordine, fosse chiamata a giudicare un’altra categoria di uomini, votati al disordine. Come se, immutabilmente, da una parte vi fossero i seggi degli accusatori e dei giudici, e dall’altra i banchi degli accusati da giudicare, razza barbara, immorale, imbastardita.

Una società, in cui, dunque, anche coloro i quali fanno le leggi e le applicano sanno bene che non la natura, una innata superiorità, una trascendente investitura, ma solo il gioco vario e mutevole delle forze, li ha condotti al potere ed ha portato altri in prigione.

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Mondo carcerato e giustizia.
Promesse di fine millennio.

di Cantini detto “Picci”

Speranze di nuovo Millennio.

Siamo in un periodo molto particolare, è appena trascorso un anno, n’è iniziato un altro.

Siamo nello spazio intertemporale che decorre dal giorno uno dell’anno zero e il 365° giorno dell’anno zero : questo è uno spazio in cui trovano luogo molte riflessioni, in cui muoiono precedenti progetti e ne nasceranno di nuovi. Spero che l’anno 2000 sia fautore di cambiamenti per chi vive da recluso fra le mura di un luogo di detenzione e ha delle aspettative, ha delle speranze. Il carcere italiano, o meglio, la popolazione che vi è detenuta, è molto cambiata nel corso dei decenni che sono seguiti all’ultimo conflitto mondiale, ma soprattutto è di molto aumentata. Il carcere di oggi con i suoi grandi ed insoluti problemi, è anche divenuto luogo di accoglienza ed inserimento per molti cittadini di altri paesi; il carcere quindi va intravisto anche come luogo di integrazione ed aggregazione fra diverse culture. Il problema di gestione dell’ambiente carcerario, per la classe politica, è diventato uno dei più annosi ed irrisoluti.

I molti tentativi approntati per dei miglioramenti, molto spesso si sono rilevati dei fallimenti, molti propositi e promesse fatte si sono dissolte poi con un semplice nulla di fatto poiché molte sono le caratteristiche culturali e giuridiche che avvolgono l’ordinamento penitenziario. Uno dei tanti tentativi che negli anni trascorsi è stato utilizzato, quasi a panacea di ogni disagio è stato l’uso – abuso periodico dei provvedimenti di clemenza.

Qualche politico poi tentava d’instaurare una riforma che potesse inneggiare al desiderio di un’esecuzione giusta e non usare – abusare più dei palliativi di clemenza. Si sono così, successe varie riforme carcerarie, ma nulla è cambiato, è solo decorso molto tempo.

A valori molto “ alti “ si è ispirata ogni riforma, l’ultima : la Simeone – Saraceni sembrava assumersi il fardello di svuotare le carceri e indicare che le esecuzioni di una pena non si risolvono unicamente con la restrizione coatta a tempo determinato, perché, prima di tutto l’esecuzione penale “ deve essere “ il reinserimento e la rieducazione dell’individuo che si è reso reo”. Questa grande promessa e speranza si è dissolta così, come il tentativo di una migliore cultura e socializzazione integrativa offerta a noi detenuti da personale qualificato.  Era stato promesso, anche: l’aumento della liberazione anticipata, l’ottenimento delle misure alternative alla detenzione, la possibilità di convertire i giorni di permesso premio non goduti in liberazione anticipata, varie assistenze,in fra ed extra carcerarie (lavoro, salute ed affettività) e quant’altro.

Convenuto poi dal mondo politico che il sovrannumero della popolazione carceraria poteva essere risolto regolarmente con il ricorso ai ciclici provvedimenti di clemenza, si è legiferato e si è cambiato il codice di procedura penale, in modo che la carcerazione preventiva divenisse un’eccezione determinata da fattori ben incidenti.

La realtà però indica che la carcerazione preventiva è tuttora una regola, infatti più della metà della popolazione carceraria è in attesa di giudizio.

In questo periodo di fine millennio poi, costuma molto parlare di giusto processo.

Le mura del carcere sono costruite impermeabili verso l’uscita, ma sono permeabili verso l’entrata; così, chi vi è custodito sente, ma non capisce, perché ci si pone il problema di un giusto processo.

A cosa possono servire le riforme attuate ed in attuazione, se le fondamenta del processo penale sono ancora instabili?

Per secoli si è voluto affermare che l’altare dove si celebra il rito della giustizia sono le aule dei  tribunali; agli albori del terzo millennio vogliamo auspicare  una minore leggerezza del rito della legge ed una distribuzione della giustizia più a dimensione d’uomo.

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La tossicodipendenza

di Johnny Zamboni

La droga è pari ad un male incurabile che oltre a distruggerti la salute ti toglie anche la vita. Io ho iniziato a farne uso all’età di 16 anni e oggi ne ho trenta. In tutti questi anni di tossicodipendenza, molti sono stati i dispiaceri ed i dolori che ho potuto procurare ai miei cari specie se considero che proprio a causa dell’eroina, per la quinta o sesta volta sono ritornato in carcere. L’unica cosa che l’eroina non ha ancora lesionato è la mia salute, sebbene tantissime volte ho rischiato di prendere chissà quale malattia. Ed è a tal fine che scrivo, affinché i giovani come me possano riflettere e capire questa piaga e sofferenza a volte mortale.

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Attualità:  “Liberalizzazione
delle droghe leggere“

La liberalizzazione delle droghe leggere è l’argomento che, ormai, molti rappresentanti del Governo si stanno ponendo con insistenza. L’urgenza di discutere al più presto delle varie proposte di Leggi giacenti in tema di legalizzazione soprattutto considerando sia della “cannabis” che dell’uso terapeu-tico degli oppiacei.

Il lungo testo delle premesse, presentato dall’area radicale, è improntato sul numero dei consumatori abituali di droghe e sulle morti per overdose, e negli ultimi tempi, drammaticamente aumentate.

Viene ravvisato nelle legislazioni proibizionistiche il principale ostacolo alla riuscita politica, intento ad affrontare il problema delle droghe, mentre si propongono, al contempo delle forme di sperimentazione e di sommi-nistrazione legale quali il metadone.

Questo dovrebbe suscitare dello scetticismo e non dell’ottimismo: il metadone è pur sempre una droga alla strenua dell’eroina, dopo di che il tossicodipendente  è quasi sempre costretto ad aggiungere alla dose altra “ droga “ illecita in un cocktail che può diventare incontrollabile. Questa specie di somministrazione l’hanno battezzata  “uso terapeutico”. Per poter debellare il fluire delle droghe purtroppo non è sufficiente una repressione penale.

Gli unici Enti comunque che stanno iniziando a porre un rallentamento sono gli enti pubblici e le associazioni private, anche se allo stato attuale non sono ancora supportati da delle collaborazioni strategicamente politiche oltre che sociali e culturali.

In questo contesto se la lotta alla mafia ha ottenuto notevoli risultati con le collaborazioni internazionali, per reprimere lo stato criminoso e mafioso, è possibile anche per la droga imporre dei divieti che inizino a debellare dalla radice questa piaga, partendo dalle coltivazioni, dal commercio sino allo spaccio delle droghe come punto fondamentale, ormai di questa civiltà.

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Riflessione: “Voglia di fare“

di Mario Cuci

Ce la stiamo mettendo tutta ed ora che ci stiamo riuscendo... non molliamo di certo.

Il nostro è un giornale che non annoia, non lo trovo né insignificante, né brutto, e gli sguardi “esterni“ che riceviamo non ci lasciano indifferenti perché servono a migliorarci.

Vogliamo essere sinceri : non vogliamo mettere la parola “fine” siamo appena agli inizi, e se tutto ci

sembra complicato col passar del tempo sarà semplificato.

Non cerchiamo subito la luna e ci accontentiamo al momento di una stella che ci possa accompagnare per sentirci protagonisti.

E’ stata un’idea geniale, la possibilità di far sentire la nostra voce a chi non è insensibile e vogliamo far vedere e far capire che ci siamo e che esistiamo.

Questo tentativo è per migliorare la vita di noi detenuti all’interno dell’istituto e, nel contempo far capire a chi considera il carcere ancora come un luogo di repressione, che questa attività educativa è un momento importante per la nostra riabilitazione e recupero.

Il detenuto è un “malato” innanzi tutto che soffre per l’ingiustizia o perché la società non ha avuto né tempo, né spazio per lui, o perché la stessa ha dei rimorsi.

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Arte: “Attività teatrale“

di Mario Cuci

Ancora una volta l’attività teatrale è stata promossa da questo Istituto.

Tra di noi c’è già chi ha fatto l’esperienza creativa, nella passata stagione, e chi, invece si propone per la prima volta.

Molti affrontano questa attività per mera curiosità e dopo i primi approcci e contatti con una realtà differente dall’abituale a tanti, poi, nasce la passione e precisamente l’impegno e la costanza nei riguardi dei nostri registi: Sara Piffer e Simone Brunello.

Questa è un’arte che ti stimola a comunicare, ad esprimere il proprio “Io” che ancora non conosci,

la curiosità di capire “Te stesso”, come puoi  e vuoi essere, il poter comunicare con gli altri anche attraverso dei semplici gesti, comprendendo così, che ad ogni movimento del nostro corpo corrisponde un nostro modo di espressione. Ciò ha suscitato l’interesse ed il confronto tra le nostre personalità, apprezzando di conseguenza le preziose opportunità a riguardo della cultura del linguaggio che ha stimolato in noi la volontà e la tenacia di rappresentare uno spettacolo.

Naturalmente, con un tale risultato ci proponiamo, non solo di continuare su questa esperienza ma, ci permettiamo d’invitare anche l’opinione pubblica al fine di poter far notare ai più le nostre “capacità“ nascoste.

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Ed ora si cambia.... informandoci

di Ferdinando Cantini

... le nostre storie,

le nostre considerazioni,

le nostre riflessioni...

per chi vuole conoscere,

apprendere, approfondire,

realizzare...

Tutto cambia e tutto si rinnova anche per noi ospiti della Casa Circondariale ove, sicuramente ci attende un cammino intento nel voler dimostrare e produrre le parti migliori ed ancora e forse poco conosciute di noi stessi.

In questo viaggio e percorso potremmo realizzarci ed esporre nel concreto le nostre storie, le nostre considerazioni, le nostre riflessioni, che spazieranno e riguarderanno molti temi e problematiche di svariati contenuti dando vita e luogo ad uno “sportello di comunicazione e d’informazione“ apposito per chi vuole conoscere, apprendere, approfondire, realizzare anche con la collaborazione di entità estranee al mondo carcerario.

Tutto ciò potremmo concretizzarlo in Prospettiva Esse, il nostro giornale, nato per riunire le singole voci e le singole esperienze di noi detenuti e detenute nel carcere di Rovigo, e per dar vita affinché tutto quanto di umano c’è nella sofferenza non sia disperso: quale forma di una memoria storica e del nostro patrimonio a cui possiamo attingere per arricchire la nostra esperienza.

Prospettiva Esse vive ed è cresciuto nel patrimonio prezioso delle nostre esperienze e memoria.

Prospettiva Esse oggi sta cambiando: perché si deve considerare che il carcere è luogo di passaggio e non potrà mai essere una meta e Prospettiva Esse raccoglierà la testimonianza e le volontà socio- culturali di tutti. Prospettiva Esse vuole uscire anche dal portone del carcere raccogliere le simpatie e la solidarietà umana di molti; oggi ci sono arrivati quegli aiuti che ci consentiranno il rinnovamento ed il miglioramento. Da oggi il nostro giornale è aperto alla collaborazione di chiunque voglia essere vicino a noi, fornendoci materiale di lavoro e la testimonianza della propria solidarietà umana.

All’inizio di questa nuova fase, esprimiamo il nostro grazie a quanti nell’esercizio del loro incarico sociale hanno consentito a Prospettiva Esse di nascere, crescere e continuare a esistere; invitiamo quanti sentono di poter collaborare con noi al miglioramento e allo sviluppo del nostro giornale di contattare la nostra Redazione.

Prospettiva Esse – Via verdi 2/A – 45100 Rovigo. Cordialità e saluti a quanti ci leggono.

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Riflessioni di vita

di Deborah Martinengo

Certo vita, amore e volere sono il potere più grande di noi stessi.

Quante lamentele si sentono in carcere, compianti, nervosismi, ma di noi quanti si mettono poi a riflettere seriamente sulla loro vita attuale e quella che, di conseguenza, verrà fuori da questa struttura?

Io rifletto e sorrido alla mia vita futura. Sono ottimista nonostante il mio calvario penoso di vita vissuta e comprendo tanto, sia in merito al mio comportamento che per quello altrui.

Questi mesi che stanno trascorrendo non li sto vivendo aspettando che, semplicemente, la giornata finisca in fretta, anzi, soprattutto alla notte penso e rifletto meglio, interrogandomi sul mio futuro. 

All’inizio di questa carcerazione sono stata travolta dal “male” che abbonda nelle carceri, e poiché ogni individuo ha le sue “pene“, mi ha spaventata, e ho visto il film più brutto della mia vita.

E’ stato orribile: i giorni che dovevo vivere mi hanno angosciata finché sono stata aiutata dagli operatori che hanno valutato la mia situazione e sono tornata ad essere me stessa.

Certo le paure, i dubbi, le incertezze sono di tutti. 

Io penso d’aver sbagliato tanto nella mia vita, ma non ho mai rinunciato a raggiungere il mio obiettivo futuro, trovando così la forza per affrontare anche delle “porte chiuse“, che non sono solo quelle del carcere, ma pure quelle sociali quali il lavoro e il trovare una casa. Se una persona ha le idee chiare e la sua dignità umana, può ritornare a sorridere.

Un’altra considerazione: in questo luogo si ha il tempo per capire che cos’è l’amore, la solidarietà e l’affetto verso quelle persone che pur non essendoti vicine, in egual modo ti pensano e ti vogliono bene. Dico tutto ciò perché sento anche molta tristezza, sconforto, angoscia dentro e mi chiedo allora: ma dove sta il bene?

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Le attività del ‘99

di Mario Cuci

Il 1999 si chiude con soddisfazione per i componenti del Gruppo del Giornalino “Prospettiva Esse“: molte iniziative ci hanno soddisfatto e ci piace ora poterle ricordare.

Nel marzo è stato realizzato un torneo di calcetto a 5 con la Federazione Uisp: gli obiettivi di questa iniziativa erano e sono quelli di ridurre i pregiudizi della Città di Rovigo nei confronti di noi detenuti; aver aperto le porte ogni sabato a persone totalmente estranee e a digiuno della nostra realtà  e che poi, ci hanno regalato qualche ora diversa dalla solita routine è stata un’esperienza che ha contribuito a farci sentire meno emarginati. Merito anche delle persone che si  sono recate in carcere e che ci piace citare, squadra per squadra: Edil Pitture di Porto Viro, il Comune di Rovigo, I Vigili Urbani, la Finanza, Polizia Peniten-ziaria della Casa Circondariale di Rovigo.

Per completare la Manifestazione calcistica è stato organizzato anche, un incontro di calcio presso il campo sportivo di Rovigo tra una selezione mista di detenuti con agenti di polizia penitenziaria ed una selezione della federazione Uisp, premiando nell’occasione il capo cannoniere del Torneo: il nostro compagno Krid Kamel.

C’è stata anche una sfida a volley: un altro modo di confrontarci fra detenuti ed il mondo esterno.

Per la cultura è da fare un elogio all’attività teatrale, un percorso di non facile attuazione, nonostante le difficoltà.

Con l’impegno dei detenuti e dei registi, l’opera è stata rappresentata sia  dalla popolazione carceraria all’interno che all’esterno con successo ed ammirazione di pubblico.

Per queste iniziative un doveroso ringraziamento va alla Direzione che mostra sensibilità alle problematiche dei detenuti, alla Federazione Uisp per il coraggio di avere inserito una squadra degli ospiti della Casa Circondariale di Rovigo nel torneo, al Prof. Federico Grigolato che con lodevole impegno ci ha impartito lezioni di educazione fisica, all’assistente volontario Claudio Zennaro, allenatore della Polisportiva di Grignano che ha organizzato gli incontri di volley ed ai registi Sara Piffer e Simone Brunello “insegnanti“ tenaci.

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Detenuti al lavoro esterno

di Mario Cuci

Il Gruppo Detenuti di “Prospettiva Esse“, a partire dal numero zero si è impegnato ad avviare appelli tramite questo giornalino in merito alle problematiche del carcere affinché le autorità di competenza ne comprendessero e constassero il reale disagio.

L’Associazione di volontariato “Centro Francescano di Ascolto” di Rovigo, che da anni è presente con i propri volontari nella Casa Circondariale di Rovigo, ha predisposto un progetto “Intervento in area penitenziaria”, finanziato dal Centro di Servizio per il Volontariato e dal Comune di Rovigo, che prevede un periodo non superiore a mesi sei durante il quale persone detenute possono uscire , in articolo 21, legge 354/75, per attività di formazione al lavoro presso cooperative sociali locali.

Ne hanno potuto usufruire non più di quattro detenuti alla volta che hanno trovato occupazione presso la Cooperativa “Progetto 81” di Rovigo e la cooperativa “Nike Kai Dike” di Fiesso Umbertiano, formandosi presso una tipografia e un’azienda di agricoltura biologica. I servizi sociali del Comune di Rovigo hanno alimentato un progetto di reinserimento ed è stato quindi possibile trovare un’occupazione temporanea per un detenuto con un programma per una borsa lavoro per la manutenzione del cimitero.

E’ doveroso segnalare che queste Cooperative contattate dai Volontari del Centro Francescano di Ascolto, al termine del tirocinio, daranno una eventuale possibilità ai detenuti di essere assunti.

Questo spero vorrà essere un progetto che continuerà e che nella concretezza possa aiutare all’avvio di un reinserimento del detenuto, grazie al sostegno di tutti i soggetti coinvolti.

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L’ ecstasy

di Cantini detto “Picci”

L’ecstasy ha soppiantato

ormai le droghe tradizionali

sia negli usi che

nei costumi dei nuovi giovani.

E nessuno

vuole accorgersi che

le abitudini giovanili ahimè, stanno mutando.

Brescia: un ragazzo giovane muore, causa primaria assunzione di droga: “ecstasy”.

Ancora una volta la storia si ripete: la tanto annunciata tragedia si è verificata.

Iniziano gli arresti della cieca repressione e non mancano, nemmeno, i caroselli dei grandi e dei piccoli  “opinionisti “, ognuno in possesso ed in qualità della sua verità, in formato pubblicitario, che fino alla nausea viene costantemente riprodotta dai mass-media nazionali.

Ma cosa è successo… cosa sta avvenendo…? Il fatto: un giovane frequentatore di discoteche a Brescia, muore, muore per aver assunto una pasticca di ecstasy. E’ la  classica “ goccia che fa traboccare il vaso “ già colmo, della pazienza benpensante di questa società che a fatica, accetta che l’ecstasy, pur essendo una delle droghe di sintesi, ha soppiantato ormai le droghe tradizionali  sia negli usi che nei costumi dei nuovi giovani. E nessuno vuole accorgersi che le abitudini giovanili ahimè, stanno mutando e così pure le esigenze di mercato. L’ecstasy, difatti, è una droga che si assume con il solito rito di una “ semplice “ pastiglia; è facile notare come venga cancellato il vecchio rito d’assunzione che obbligava, nella maggior parte dei casi, l’assuntore ad iniettarsi la droga, con i conseguenti spargimenti di sangue e la dispersione di siringhe nell’ambiente e quant’altro. Quello che per anni era passato inosservato ora, la fobia post aids di ognuno, ha generato l’immediata ghettizzazione del drogato vecchio stampo e dei suoi attrezzi. La comparsa della nuova droga “ ecstasy “ non ha determinato quindi allarme proprio per la mancanza di spargimento di sangue nel rito di assunzione. Inconsciamente e tacitamente ha prevalso l’opinione che se essa poteva rubare mercato all’eroina o ad ogni altra droga iniettabile, di riflesso aiutava anche il non propagarsi dell’aids, che era ed è il grande nemico da combattere o, per lo meno, da isolare. La storia comunque ci insegna che per risolvere un problema non bisogna trovare solo delle risposte, ma bensì porsi anche delle giuste domande. La principale domanda che oggi possiamo porci potrebbe benissimo essere : cosa cercano, cosa vogliono questi giovani assuntori di ecstasy? E, soprattutto questa società è in grado di dar loro quello che cercano nella nuova droga? Ogni società partorisce i suoi figli, a lei il compito di educarli, nutrirli e crescerli oppure di abbandonarli come figli di nessuno.

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La mia vita in gioco

di Michela Marangoni

Sinceramente mi considero una delinquente, perché ho commesso dei reati e pur con sofferenza accetto questo mio passaggio di vita. Sono classificata addirittura delinquente abituale, termine secondo me troppo duro che ti lascia un segno indelebile “per tutta la vita“ perché il “delinquente“ comunque, rimane sempre una persona con una sua intelligenza e una libera volontà.

Per me la dignità non può essere svalorizzata anche se la persona rimane “ provata “ dalle dure esperienze fatte. Il dolore che infligge il carcere indebolisce l’individuo psicologicamente: lo deturpa, lo indurisce e mi riferisco ai miei sentimenti .

Mi sto accorgendo che il modo di rapportarmi in particolare, si sta modificando man mano che il tempo passa, sto diventando sempre più diffidente, non lascio spazio alle mie emozioni anche se piccole. Mi sono costruita una corazza ove nessuno può entrare ed in qualche modo ferirmi.

Di conseguenza mi sto chiudendo: comportamento che sta influenzando il mio modo di essere.

Influisce sì sulla personalità e fortunatamente ma non può distruggerla, declassandola, distaccandola dal sociale, disconoscendola ed emarginandola. A volte penso e mi pongo automaticamente una domanda, ma le leggi, le istituzioni, i cittadini vogliono credere d’avvero che dietro il “delinquente“ c’è una persona da rispettare, cercando di salvare il possibile per poterlo promuovere ed educare? Premetto che chi sta accanto ai detenuti, ha scoperto con amarezza e delusione che la realtà carceraria in Italia spesso non contribuisce al recupero della suddetta anzi, recentemente ho letto su molti i giornali che la microcriminalità è in aumento, tentando di colpevolizzare chi commette piccoli reati come furti, scippi, ecc., pensando, così, di diminuire tali danni sociali accollando però nelle condanne molte sofferenze.

E’ difficile accettare ciò specie per chi sta espiando una condanna come la mia che mi è stata inflitta nel 1991. Poco importa alla società se hai tentato, in qualche modo di rifarti una vita con tutte le difficoltà che comporta ciò, specie se sei tossicodipendente trovi ulteriori impedimenti.

Comunque, mi ritengo fortunata perché il mio rapporto con le sostanze è cambiato, mi sento più sicura e disponibile nell’affrontare un diverso stile di vita.

Ho la convinzione che i miei reati sono stati eseguiti nell’istinto egoistico e distruttivo, ho perso il controllo di me stessa per tanti anni nascondendomi dietro la sostanza e non vorrei continuare in un futuro a farlo, ma all’interno del carcere ritornano vecchi meccanismi, modi di fare perché sei a contatto con persone con le stesse problematiche.

Ho volontà io per reagire e per non entrare in un giro vizioso di comportamenti ed atteggiamenti che so che mi possono solo danneggiare. Durante i miei anni di tossicodipen-denza ho calpestato i valori della vita e delle persone care e il senso della convivenza sociale, sono consapevole che dovrò pagare il mio debito con la giustizia ma c’è modo e modo. Vorrei che i giudici condannassero pure, ma che poi, sulle richieste fatte, pensassero bene e valutassero con serietà le opportunità dettate dalle alternative al carcere. Ultimamente si sono verificati dei singoli casi, di chi ha usufruito di benefici in maniera non costruttiva, né per sé né per gli altri, facendo ulteriori reati. Ora il pacchetto giustizia e l’illustrissimo ministro non concederanno facilmente codeste alternative modificando la legge Gozzini e Simeone, ecc., e così la chiave della libertà sarà difficile ottenerla, perché ogni nostra richiesta non sarà discussa obiettivamente ma penalizzata ai fini di non aderire al nostro recupero ma ci daranno sempre più restrizioni ed il reinserimento verso il sociale ripeto sarà difficile da ottenere.  Personalmente mi attaccherò a qualsiasi cosa pur di cercare di  non autodistruggermi all’interno di questo istituto. La mia forza e la mia voglia di vivere non me la può togliere nessuno.

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La cella strumento di rieducazione

di Ferdinando Cantini

La sentenza di condanna, divenuta irrevocabile è una pena.

Vuole essere uno strumento sociale di recupero e nello spazio temporale che la comprende vuole essere anche un momento rieducativo per il soggetto resosi reo, ma tutto questo la sentenza di condanna non è, continua ad essere una pena. Una pena per chi la vive subendola. Una pena per chi la vuole inflitta a panacea dei tanti mali sociali. I mali sociali restano comunque i soliti ma con l’aggravio di nuovi costi che l’impalcatura penale comporta.

E’ notizia di ogni giorno lo scontro partigiano tra chi sostiene il mantenimento ed il miglioramento delle Riforme (Gozzini e Simeone) e chi vuole che la pena sia solo reclusione totale. L’impalcatura penale, checché se ne dica oggi, è strutturata in modo da possedere un unico strumento “ la cella “, il resto : scuola, lavoro, operatori, volontari e misure alternative, sono solo palliativi o optional che secondo il merito o la fortuna possono concorrere ad alleviare la pena. Dovrebbe essere, oltre che un deterrente al propagarsi di azioni delittuose, uno strumento sociale di recupero e prefiggere la rieducazione del reo come interesse collettivo. Purtroppo per molte carenze organizzative la sentenza di condanna tutto non è, continua ad essere solo una pena. Una pena per chi la vive subendola, una pena per la società, che la vuole inflitta per porre rimedio ai tanti mali del disagio sociale. Difatti i mali ed i disagi sociali non si risolvono e la collettività è oltrepiù penalizzata dai sempre crescenti costi che l’impalcatura penale comporta. E’ notizia di ogni giorno lo scontro, tutto di parte, tra chi sostiene il mantenimento ed il miglioramento delle riforme Gozzini e Simeone e chi vuole che alla pena sia attribuito un significato deterrente quale la reclusione totale. La struttura penale, nonostante le indicazioni innovative delle riforme note come Gozzini e Simeone,si riduce all’utilizzo di un unico strumento “ la cella “; il resto, che pur è previsto in un ordinamento penitenziario è quasi utopia. Scuola, lavoro, operatori del trattamento, volontari, misure alternative alla detenzione, accadono anche se raramente, ma senza risolvere l’annoso problema della rieducazione del reo mediante il trattamento penitenziario, sono dei palliativi alle tensioni interne oppure, il che è più deleterio,optional che secondo il merito o la fortuna possono concorrere ad alleviare la pena.

Il condannato vive la sua pena con un unico riferimento: la cella e la chiusura materiale e simbolica che essa rappresenta. La cella è un limite, è una chiusura, non può aspirare a divenire mezzo di rein-serimento; non si può togliere ad un soggetto la visione del mondo, non si può segregarlo dalla partecipazione attiva dalle attività di consorzio e pretendere che egli, con il peso della cella sulle spalle a mo di chiocciola sappia camminare al passo del reinserimento e della reintegrazione. A poco servono le misure alternative alla detenzione, sono un treno troppo veloce per essere preso al volo, quando il gran salto del cambiamento parte da un trampolino chiamato “cella“. Non sono le misure alternative inidonee alle esigenze rieducative che il tessuto sociale auspica dalla pena, è la cella, la segregazione, la sospensione totale  o parziale e la custodia quasi totale che il condannato espia in una cella che mal si concilia con le funzioni rieducative riposte sulla sentenza di condanna.

La tutela dei beni giuridici collettivi, in assenza di idonee strutture esecutive, non può che confidare nella reclusione in una cella del reo e, le misure alternative e quant’altro preposto alla rieducazione ed al reinserimento, non possono che essere valvole regolatrici di scarico per mantenere un equilibrio fra l’accoglienza inframurale del luogo di detenzione e l’accoglienza nel tessuto sociale.

Secondo la posizione che uno occupa espone la giustezza delle proprie lamentele su ciò come succede per la legge che regola l’immigrazione: tutti possono reclamare diritti e ragioni.

C’è una sola certezza, non sono le misure alternative o le leggi che le regolano a fallire, ma è la cella, la quale non può essere un valido strumento di rieducazione, da ciò consegue che una sentenza di condanna non dovrebbe mai trasformarsi solo in una pena.

Se revisione e ristrutturazione ci deve essere, dovrebbe essere sulla struttura stessa della pena e non sull’erogazione di una pena. La cella simbolo della più mera reclusione non potrà mai essere strumento di rieducazione.

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Rappresentazione teatrale:
momento di cultura d’insieme

di Lleshi Paulin

Il teatro e la finzione.

Il carcere e la finzione.

La vita e la finzione.

La finzione.

Il teatro.

Sono un detenuto straniero da un po’ di tempo nel carcere di Rovigo, che vive ogni giorno la sua storia, più diversa delle altre che lo circondano. Voglio parlare dell’attività teatrale che si sta organizzando e rappresentando nel nostro istituto da settembre – dicembre, ogni giovedì. Per me è molto importante in quanto mi fa sentire unito agli altri e non immerso nella mia solita solitudine. Questa attività teatrale era stata organizzata anche l’anno scorso con uno spettacolo intitolato “ Caramelle ad uno sconosciuto“. Era piaciuto e non solo a noi detenuti, grazie all’opera dei volontari del carcere, Sara Piffar e Simone Brunello, i registi che si sono adoperati a farci conoscere il teatro. Visto il successo ottenuto, con la loro capacità e sensibilità anche quest’anno si stanno impegnando per farci ripetere l’operazione.

Lo spettacolo che stiamo allestendo, a differenza di quello precedente, lo chiameremo “Stars“, e con l’entusiasmo accumulato nella precedente esperienza, speriamo di riuscire a fare un buon lavoro.

In questo periodo è in programma la rappresentazione di tre spettacoli, con artisti veri, venuti da fuori, per noi che ci stiamo cimentando ad allestire qualcosa di nostro è un momento importante, perché possiamo confrontarci con la professionalità di questi artisti e trarre da ciò positive esperienze.

Uno spettacolo è già stato rappresentato sabato 26 febbraio; era in scena un gruppo di Rovigo chiamato “ Tanto per ridere “, un altro invece è stato rappresentato sabato 4 marzo, con la presenza dell’artista Ivana Monti; l’ultimo sabato 11 marzo con il gruppo “Ariette“ di Bologna.

Voglio ringraziare anche a nome di tutti i miei compagni, quanti si sono attivati in modo da consentirci questo speciale momento d’incontro; un grazie particolare agli operatori, volontari ed alla Direzione per quanto hanno saputo organizzare.

Non è facile veder ridere in spensieratezza un detenuto, in questa occasione con la partecipazione di tutti. Questo risultato è stato ottenuto perché non continuare a riprovarci…?

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Voli di dentro

Hiv... La realtà

… Anche oggi è spuntato il sole

e, tutto è venuto a scaldare,

anche il sangue che tu, malefico

senti scorrerti nelle vene.

Nulla, in luce, ci vuole differenziare,

né ci vuole differenti… mai!

E’ solo questa logica da grande magazzino

e un’etichetta che a te è imposta, che

ti vuole scartato, come merce avariata.

fatica è anche accoglierti in abbraccio fraterno,

troppo grande è il mare del pregiudizio che

ci divide; raffredda anche i più nobili slanci.

…Anche oggi è venuto il sole

…solo lui, ormai ti può ancora scaldare.

Ferdinando Cantini.

“Oltre l’orizzonte“

Oltre l’orizzonte, lontano

al di là del mare

ondoso e malinconico

la vedi? C’è una luce.

Rischiara la notte profonda

con il suo splendore

è forte

non è una stella, neppure una nave lontana

laggiù

la vedi? Là in fondo…

tra le nubi scure

quella luce chiara e lucente

splende sul mondo intero,

il mondo che ci apparterrà

perché quella luce

è il nostro amore.

Lavoro di Gruppo

Preghiera

Preghiera di muto silenzio

stamani gli occhi levano al cielo,

quante speranze si possono affidare

ad un raggio di luce, che

inaspettatamente solo ti raggiunge

Preghiera di bianche chimere,

perché non ti vuoi rassegnare,

ma, non osi più sperare.

Preghiera di uomo libero, che

le circostanze hanno ferito,

ma che i suoi sogni, ancora

non sono stati imbrigliati.

Preghiera, prima di cadere in ginocchio,

perché lo spirito è ancora giovane,

vuole sentirsi libero e…

continuare a correre, ma non intravede

più la sua meta.

Ferdinando Cantini

“Due“

E’ molto bello dire la parola amore.

È un sentimento che viene dal profondo del mio “cuore“

Ognuno ha una compagna da tenere per mano,

ognuno di noi ha una persona a cui dire “ti amo“

ognuno di noi come me ha una lunga vita da raccontare

anche se a volte il destino ci nasconde cose molte amare

ma il mio cuore manda brividi d’amore…

anche dal profondo del cuore nasce “l’amore“

e ho un compagno che mi tiene per mano

e ho una persona a cui dire “ti amo“

ed è stupendamente bello sentire continue emozioni

dopo tante cose amare:

sono in continua evoluzione!

La mia vita è un dono prezioso:

e noi che sappiamo apprezzarla meritiamo molto,

e chiediamo e pretendiamo solo un po’ “d’amore“.

Bozzato Mirko

Tesoro mio

Ho trovato un tesoro

nessuno lo potrà rubare

ciò che avevo era niente

hai lasciato ogni cosa

tu sei il mio grande tesoro

vivo ogni giorno con la speranza

la libertà

più splendente del sole,

perchè è dentro di me,

come niente è passato

che non parlasse di te,

tu che mi hai dato l’amore

ritrovo nella gioia.

Assunto Malacrinò

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Informazione e carcere

 

Care Amiche e Cari Amici,

il Convegno “INFORMAZIONE E CARCERE, secondo incontro dei giornali del carcere ed altro…“ che si pensava di organizzare nel mese di giugno dovrà attendere ancora un poco.

Per quanto riguarda la struttura del Convegno rimane confermato quello che avevamo pensato per Rebibbia, e cioè:

Prima giornata, mattina e pomeriggio: una riflessione su come deve essere, secondo no, un giornale del carcere. A questo proposito Ristretti orizzonti ha predisposto una bozza di vademecum che provvederemo a diffondere e che, con le modifiche ritenute opportune, potrà essere presentato al Convegno. Ma il venerdì sarà soprattutto il momento in cui verranno presentati progetti interessanti a livello nazionale, che possano anche servire da esempio e da stimolo per altri (un periodico dell’alta sicurezza, l’evoluzione da giornale a centro stampa, esperienze di collaborazione con la scuola, etc.). Ovviamente non si parlerà solo di giornali, ma anche di altri mezzi di informazione e comunicazione (radio, TV, biblioteche, centri studi, teatro, commissioni detenuti, internet…), sarà dato rilievo anche a quelle attività che rivolgono un’attenzione particolare al rapporto carcere-territorio (come la Consulta romana sul carcere, o altre esperienze che coinvolgono gli enti locali, …). Tutto questo, oltre che a far conoscere iniziative valide, deve avere un taglio propositivo. Se conoscete esperienze interessanti che possano essere coinvolte, metteteci in contatto con loro.

 

Seconda giornata, mattina avremmo pensato ad una serie di interventi sui grandi temi, quali Immigrati, Ergastolo, Differenziazione, Pena di morte/morte. Per continuare, poi, con una tavola rotonda/talk-show sul carcere con giornalisti (sia di giornali, che di TV, che di radio) a livello nazionale.

Il pomeriggio, infine, il convegno si concluderà, in un luogo da precisare fuori dal carcere, con un dibattito più operativo fra tutte le esperienze di informazione presenti sulle prospettive future del Coordinamento.

 

Questa è solo la nostra proposta ed è aperta ad ogni idea e ad ogni modifica che vogliate inviarci rapidamente. Ricordiamo ad ogni redazione e ad ogni esperienza di informazione e a coloro che riceveranno questa lettera di:

  1. Indicare eventuali detenuti interessati a partecipare e disposti a venire tradotti.
  2. Attivarsi rapidamente per ottenere i permessi per i detenuti che ne possono usufruire, e farci sapere le generalità (nome, cognome, luogo e data di nascita e residenza).
  3. Indicarci i volontari che verranno mandandoci tutte le generalità (nome, cognome, luogo e data di nascita e residenza) per chiedere i permessi per entrare nel carcere di Prato-Maliseti.
  4. Farci sapere se viene preparato un intervento e su quali temi.
  5. Far circolare la notizia nel territorio e coinvolgere realtà interessanti.
  6. Fare proposte sul programma del convegno.
  7. Farci sapere le vostre esigenze logistiche (per dormire, per spostarvi, etc.).

 

ASPETTIAMO UNA RISPOSTA AL PIU’ PRESTO

Per il Coordinamento
Giuliano Capecchi e Beatrice Cioni

Per ulteriori informazioni e per mettervi in contatto con noi, potete trovarci: INFORMACARCERE Via G. Modena, 13 – 50121 FIRENZE, tel. 055.4384103 e fax 055.4384100, e-mail: informacarcere@regione.toscana.it

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Io voglio

Con tutte le ragioni del mio torto

anch’io voglio vivere

in un mondo assai migliore.

Con tutta la rabbia della mia quiete

anch’io voglio trovare

un luogo dove amare sia ancora possibile.

Con tutta l’esperienza di giorni non vissuti

anch’io voglio sperare

in un’ora in cui tutto tace ed è pace.

Ferdinando Cantini

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